Quale prodotto o esperienza racconta meglio la vostra storia e la vostra terra?
Se dobbiamo scegliere un simbolo, scegliamo la linea Albarese. È il nostro modo di raccontare la Maremma senza filtri: l’Ansonica che guarda il mare, il rosso che affonda nel calcare, il rosato da Ciliegiolo che profuma di macchia mediterranea, il Vermentino che rinfresca come una brezza.
Non sono vini da piedistallo, ma da compagnia, da quotidianità condivisa. Ed è proprio questo che racconta la nostra storia di cantina cooperativa: tante mani, tante vigne, un territorio unico che diventa esperienza concreta nel calice.
C’è un legame tra la vostra filosofia produttiva e l’idea di accoglienza verso chi vi raggiunge?
Assolutamente sì. Siamo una cooperativa: l’idea di comunità è nel nostro DNA. Produciamo vini pensati per stare insieme, per essere accessibili, riconoscibili, territoriali. La stessa filosofia la ritroviamo nell’accoglienza: chi entra in cantina non è un cliente da stupire, ma un ospite da far sentire a casa.
Accoglienza per noi significa raccontare il lavoro dei soci, spiegare cosa c’è dietro ogni bottiglia, creare momenti conviviali dove il vino è strumento di relazione.
Come nasce il vostro modo di intendere la sostenibilità – come valore economico, culturale o ambientale?
Per una cantina cooperativa la sostenibilità è prima di tutto responsabilità verso le persone.
È ambientale, perché custodiamo un territorio fragile tra mare e colline, fatto di biodiversità, vento e luce.
È culturale, perché il vino è memoria collettiva: vinificare vitigni tipici come Ansonica, Sangiovese, Vermentino o Ciliegiolo significa preservare identità.
Non è una parola di tendenza, ma una condizione necessaria per continuare a esistere.
In che modo la vostra azienda rappresenta un punto d’incontro tra produzione e narrazione del territorio?
La cooperativa è, per sua natura, un crocevia.
Ogni socio porta un pezzo di Maremma: una collina, un suolo, una storia familiare. In cantina queste storie si incontrano, si armonizzano e diventano vino.
Attraverso degustazioni, eventi, momenti culturali e collaborazioni locali, la produzione non resta chiusa nei filari ma diventa racconto condiviso. Il vino diventa linguaggio: parla di paesaggio, di stagioni, di lavoro, di comunità.
Ed è lì che produzione e narrazione si fondono – in un calice che non rappresenta solo un prodotto, ma un territorio intero.


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